Nuovo Corviale

Autore: Nicolò Bassetti, Sapo Matteucci

Data: 05/12/2013

Luogo: Via Poggio Verde - uscita GRA n. n. 31 (Via della Magliana) o 32 (via della Pisana)

NUOVO CORVIALE

Il Nuovo Corviale è un quartiere-edificio situato lungo la Portuense, nella periferia sud-ovest della città, circa 2 chilometri all’interno del GRA.
Commissionato nel 1972 dall’Istituto Autonomo Case Popolari a un team diretto dall’architetto Mario Fiorentino, il Nuovo Corviale è, nelle intenzioni, un quartiere satellite autosufficiente. L’operazione si situa in netto contrasto con i quartieri dormitorio sorti a Roma a partire dal boom edilizio degli anni Sessanta. Il sogno di Fiorentino è consegnare alla città un’opera dichiaratamente di rottura rispetto all’architettura tradizionale, un monumento progressista di inclusione sociale.
Nel 1975 partono i lavori, ma subito si accumulano i ritardi. Si accende il dibattito tra architetti, urbanisti, politici, giornalisti. Corviale diventa il simbolo di visioni contrapposte: capolavoro di un genio visionario o aberrazione dell’architettura moderna. Verità e leggende metropolitane si sovrappongono diffondendosi rapidamente. C’è chi sostiene che il Serpentone blocchi il Ponentino, la brezza di mare che nelle serate estive porta refrigerio in città e chi dice che il fallimento del Serpentone sia stato tale da costringere il suo progettista al suicidio. Mario Fiorentino muore nel 1982, non suicida ma di infarto, nello stesso anno in cui sono consegnati i primi appartamenti. Contestualmente cominciano le prime occupazioni abusive degli spazi comuni ancora sgombri del quarto piano. Seguono anni di abbandono e disinteresse che trasformano il Serpentone in un emblema del degrado urbano, fino al processo di riqualificazione partito nel 2009.

Tratto dal libro Sacro romano Gra di Nicolò Bassetti e Sapo Mattucci, Quodlibet Humboldt, 2013. Capitolo V, Notizie sui luoghi.



Verso sud il Corviale si staglia contro il cielo azzurro sopra il terrapieno dilavato dalle piogge e pressato da cavalli al pascolo. Dalla vallata già si percepisce l'imponenza della struttura, anche se non è possibile apprezzarne tutta l'estensione. Il chilometro che la misura si percorre lungo una strada in salita che ricorda l'ascesa a un tempio sacro e conduce all'ingresso sul lato nord.
Le celle in cemento al piano terra ospitano una teoria di cassette postali multicolori, rappresentazione miniaturizzata della selva di alloggi a cui sono correlate. Qualcuno è intervenuto con mano poco artistica per decorare una cella con pittura verde e bianca, esprimendo un desiderio di colore in contrasto con questa architettura un po’ sovietica.
Al settimo piano l'atmosfera è più distesa. I lunghi ballatoi di accesso agli alloggi sono costellati da piccoli vasi in terracotta, dove cresce una esile vegetazione amorevolmente curata dagli abitanti.
Una ragazza ferma sul ballatoio parla, con tono un po’ acceso, con qualcuno all'interno di un alloggio. Sta appoggiata alla porta senza entrare.
Immagino ci sia un codice non scritto, una forma di rispetto per evitare l'invadenza in una convivenza cosi ravvicinata.
Si ha la netta sensazione che manchi la luce del sole, e una vista verso la campagna circostante. Verrebbe voglia di aprire grandi varchi nelle facciate, attraverso cui osservare fuori chiacchierando seduti su panchine colorate. I ballatoi avrebbero cosi le loro piccole piazze conviviali. Qualche servizio comune poi, e un po’ di colore, aiuterebbero a rompere la monotonia dello spazio lineare. Oppure si potrebbe demolire un bel tratto centrale del chilometro come risposta alla presunzione architettonica di aver fatto il più lungo edificio, poiché che la lunghezza è solo un espediente formale esterno, visto che comunque non è possibile percorrerla per intero al suo interno.

Contributo al dibattito inviato da:Andrea Stipa